Dà gusto mangiarsi una salsiccia allo stesso tavolo di Franco Mussida. Mi sono sempre ritenuto una specie di prigioniero politico. Cresciuto negli anni dell’edonismo reaganiano, ho sempre cercato conforto e protezione nel mondo freak, glam, psichedelico e “collettivo” degli anni settanta: questo mi ha portato a crescere con una distorsione spazio-temporale tale da allontanarmi dal mio “qui e ora”: dopo una breve militanza nella categoria dei “Madonnari” a dodici anni, mi sono definitamente paludato dietro alle copertine dei vinili di Genesis, Pink Floyd, Jethro Tull, Doors, Crosby, Stills& Nash e compagnia cantando. Lungi da me, quindi, tendenze suicide proto-Dark, devastazioni Punk eccetera.
Immaginavo – nella mia cameretta-ventre materno, fluttuando nel liquido amniotico di Meddle – tour esasperanti, su palchi scalcagnati di anonime cittadine della Bassa; secernevo fantasie fugaci a base di groupies un po’ smandrappate, e – alla fine – magnate su tavoli sociali, a base di pane, salsiccia e vino rosso. Il tutto mentre la mia coscienza vigile veniva minata da Save A Prayer e Through The Barricades.
Poi uno dice che non ha le idee chiare, e non sa bene dove collocarsi in questo mondo; sta di fatto che le fantasie le continuo a secernere (meno copiosamente, invecchiando la fantasia perde colpi, non so se mi spiego), ma la fortuna è venuta in mio soccorso per quanto riguarda le salsicciate. Almeno fino alla prossima analisi del sangue, che verrà fissata strategicamente dopo l’ennesima estate di sagre, quelle non me le leva nessuno. Comunque, io sono stato lì, al tavolo con Mussida, il quale mi ha fatto accomodare, con algida gentilezza, nei posti vuoti del tavolo riservato ai musicisti. Ho mangiato a testa bassa, facendo finta di avere solo una pallida idea di chi fosse (se avesse saputo che i suoi dischi avevano concorso a fare di me quello che sono, forse sarebbe stato contento; ma se glielo avessi detto, avrei dovuto parlare, esprimermi: e forse avrei rischiato di fargli cambiare mestiere).
Raccontava storie di Tournées, sorprendentemente simili alle mie; allora – ho pensato – anch’io sono riuscito a fare della mia vita un piccolo sogno.
Comunque, alla fine del mio pasto, mi sono alzato, ringraziando lui e la sua compagnia (una coppia sui 45 anni, a occhio e croce Radical Chic) per l’ospitalità. Hanno contraccambiato, ma nessuno di loro mi ha guardato in faccia. Mi è sorta addirittura l’idea che potessero essere imbarazzati dalla mia presenza: effettivamente si stavano raccontando cazzi loro di fronte a uno sconosciuto... Cmq, quanto ho ascoltato rimarrà vergato nella mia moleskine, e non sul web. Il minimo indispensabile per meritare il gesto di cortesia che mi è stato rivolto. Tanto (lo dico ai colleghi) non c’era nulla che facesse davvero notizia: magari un po’ di colore, quello si, ma poco altro.
Il concerto.
Chi scrive queste righe, non gode di vista aquilina. Quando ho sentito l’introduzione di Bocca di Rosa, mi è preso un colpo: “possibile che Flavio Premoli sia arrivato al punto di citarsi in modo tanto pedissequo?”
Non era Premoli. Trattavasi di un ragazzo (Gianluca Tagliavini, classe 1969, molto bravo: Specializzato in tastiere, si è destreggiato tra un paio di Korg MS2000, più altri strumenti Vintage). Cara grazia che ha suonato nota per nota le parti dei due dischi di De André e PFM del 1979: su Maria nella Bottega del Falegname e Un Giudice, chi si sarebbe azzardato a cambiare quegli assoli? L’ “effetto fotocopia” è stato straniante: tanta fedeltà agli arrangiamenti originali della band, infatti, non ha avuto un degno contraltare nella cura della poetica dei pezzi. Con De André non si scherza; o meglio, lo si può fare, ma in modo consapevole, profondo, voluto. Lo dico con tutto il rispetto che si deve (e che sinceramente provo) nei confronti di Di Cioccio. Non è agitandosi come un indemoniato su un palco che si tributa onore al cantautore che più di ogni altro ha saputo concentrare nella forma canzone la sapienza dei vecchi e la disperata curiosità dei giovani. De André avrebbe dovuto essere presente, sul palco. Le sue liriche sono state messe in secondo piano, maltrattate, alla stregua di testi di un Raf qualsiasi. Non c’è stata una preparazione “Letteraria” allo show; non è stata creata quella magia che io mi aspettavo di respirare. Un’operazione del genere è rischiosa proprio perché il rischio di mistificazione è molto alto. Posta la buona fede della band, un po’ più di cura nella preparazione della presentazione sarebbe stata auspicabile.
Altro discorso per quanto riguarda la seconda parte di concerto, aperta con la “Luna Nuova”. Sono Musiche che – per gli appassionati del genere – hanno mantenuto tutto il loro smalto, e, se possibile, ci hanno anche guadagnato.
Insomma, una trasferta a Nepi che alla fine ha scaturito molti pensieri, dei quali quanto scritto rimane solo la punta di un Iceberg.
Una punta che ti regalo, Etere!
(questo post è pubblicato anche su http://sezioneaurea.blog.dada.net)
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